"La felicità è reale solo quando condivisa."
C.J. McCandless - Into the Wild
"Non giudicare il tuo vicino finchè non avrai camminato per due lune nelle sue scarpe."
Proverbio dei nativi americani
"Ovunque proteggi la grazia del tuo cuore"
Vinicio Capossella
"Tutti dovremmo occuparci del futuro perchè là dobbiamo passare il resto della nostra vita."
Charles Franklin Kettering
"Non permettete alla lingua di oltrepassare il pensiero."
Anton Chekhov
"La vita è un gioco d'azzardo terribilmente rischioso. Fosse una scommessa, non l'accetteresti."
Tom Stoppard

ATTI & DOCUMENTI 10 - IL PIACERE DEL LAVORO NELL’EPOCA DELLE ISTITUZIONI-AZIENDA

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Presentazione
Per un orizzonte di dignità sociale
Fabio Fedrigo

Presidente cooperativa sociale Fai

Questa Giornata rappresenta l’incipit di un progetto di formazione di più ampio respiro, dedicato a persone ed istituzioni che si occupano di salute, istruzione e processi di cittadinanza. L’idea, l’occasione per questa giornata di confronto e di studio è data dal nuovo libro di Francesco Stoppa, “La prima curva dopo il Paradiso. Per una poetica del lavoro nelle istituzioni”, recentemente edito dalle edizioni Borla di Roma.

Come introduzione ai lavori odierni mi pare abbia senso richiamare in sintesi alcuni passaggi rappresentativi delle complessità e delle problematiche che s’intrecciano nel libro in questione, e che ritroveremo, con ogni probabilità, negli interventi che seguiranno nel corso di questa giornata. Si tratta di un testo prezioso dedicato ai processi ed alle lacerazioni del nostro sistema socio-sanitario, alla funzione delle istituzioni che si occupano di salute e malattia, di speranza, dolore e scarti sociali. Le questioni del limite, dello spazio istituzionale, della comunità, dell’équipe, attraversano questo testo: la funzione del limite nelle istituzioni, limite inteso non solo come regolamentazione di accesso ai servizi ma soprattutto come «custode del discorso sociale», come «funzione di civiltà». L’istituzione non è onnipotente, non lo è mai stata. L’istituzione può dedicarsi semmai a «costruire risposte intelligenti e parziali (intelligenti in quanto parziali)».
Forse vale la pena di interrogarci se non stiamo invece riducendo le nostre istituzioni educative e sanitarie a «centri commerciali del sapere e dell’assistenza». La questione della cura è dunque uno spazio, un luogo, un ponte tra clinica e politica. Vi è la necessità di riflettere sulle nuove e antiche complessità dell’aver cura, sul prendersi cura, sulle relazioni d’aiuto, sul valore politico e clinico di ogni operatore, dell’équipe e dell’istituzione, sul come «dare dignità al nostro operare». “La prima curva dopo il Paradiso” pone al centro del dibattito le istituzioni da umanizzare e l’équipe come forma di pensiero. «L’équipe è la garanzia che ci sia pensiero nell’istituzione, che quest’ultima non sia solo una macchina disanimata che fornisce prestazioni. E il pensiero è la cura. L’équipe dunque come ingranaggio vivente che si prende cura, innanzitutto, dell’istituzione, che con costanza ne pensa e ne organizza l’umanizzazione». L’istituzione diventa di conseguenza essenziale nel percorso di cura nel momento in cui rappresenta per l’operatore, prima ancora che per i pazienti, un’occasione di pensiero. Entrano dunque in gioco il particolare e l’universale, il reale ed il simbolico, l’individuo e la collettività. Entrano in gioco i processi di responsabilizzazione che appartengono all’istituzione come alla comunità ed all’individuo: questi processi possono aiutare a promuovere una cultura più adeguata e misurata rispetto ad una distorta interpretazione dei diritti/doveri di cittadinanza, rispetto ad un diverso e comune senso di partecipazione ed appartenenza alla polis.
Compito di un’équipe è dunque anche quello di «sviluppare coscienza politica» all’interno degli scenari di cura. Abbiamo a che fare, oggi, con la fantasia di perfezione dei servizi e, conseguentemente, con l’ossessiva ed utopistica ricerca di risposte universali, a 360 gradi, della grande macchina socio-sanitaria. Tale fantasia condiziona negativamente la questione della cura nonché la funzione e la salute delle stesse istituzioni. Anche per queste ragioni scopo dell’équipe è dotarsi di un pensiero, di una direzione di cura verso il soggetto, la comunità e l’istituzione, verso un orizzonte di umanità e di civiltà. In merito alla questione della cura Sergio Piro – autore della prefazione al libro – sostiene che «senza mutamenti decisivi della prassi e delle prassi (cioè senza cura), i soli mutamenti istituzionali non possono che generare, in vario modo e con molteplici apparenze, prigioni, prigioni, prigioni». E Stoppa afferma che «l’istituzione diventa dunque a sua volta una macchina segregativa quando gli operatori – i padroni di casa, gli ospitanti – non ne interrogano più il senso, il compito e le strategie, quando non ne vedono più i limiti». L’esortazione ad una poetica del lavoro nelle istituzioni suggerisce che il lavoro istituzionale necessita «di una certa metrica, di una misura delle cose e degli interventi». Poetica intesa dunque come filtro ad una certa cultura retorica delle pratiche di cura, all’autoreferenzialità delle istituzioni pubbliche o private.
Su quest’ultima questione apro una breve parentesi.
Nel 2000 la Legge 328 traccia la direzione per la riforma dei servizi sociali di questo Paese. L’obiettivo è la realizzazione di un sistema di welfare che sappia promuovere nuove forme di sussidiarietà e responsabilità attraverso un sistema integrato di interventi.
La grande ambizione che sottende questa riforma è innescare, all’interno delle istituzioni e della società civile, processi culturali di rinnovamento, conoscenza, partecipazione e interazione. La 328 è in fondo un atto di formale legittimazione sui ruoli, vecchi e nuovi, riconosciuti ed assegnati alle istituzioni pubbliche, alle organizzazioni del Terzo settore e alle famiglie, per la costruzione di un welfare che sappia promuovere sviluppo e sussidiarietà, per un welfare di comunità che sappia fondamentalmente promuovere processi di discontinuità. La 328 crea da subito grandi aspettative ed innumerevoli Tavoli di programmazione e confronto. A sette anni di distanza, nelle regioni ove ha ricevuto atiltuazione mediante recepimenti normativi, si manifestano inequivocabilmente i limiti e le contraddizioni di una riforma al momento più teorica che pratica, più virtuale che reale. Questo perché ad una legittimazione formale non è seguita una legittimazione culturale dei soggetti che di fatto dovrebbero concorrere alla costruzione degli interventi socio-sanitari. Rimane ancora periferico e sostanzialmente sterile il coinvolgimento del Privato sociale, in particolare della cooperazione sociale, nei processi di reciprocità e di costruzione di capitale sociale. Ente locale e Privato sociale rimangono di fatto sulle proprie antiche posizioni. Il primo in una sorta di arrocco istituzionale, il secondo in una sorta di isomorfismo istituzionale da pubblica amministrazione. È evidente che queste posizioni sono contrarie ad ogni processo di valorizzazione delle risorse che ogni territorio esprime, di fatto sono posizioni che indeboliscono i sistemi di protezione e di sviluppo sociale.
Ritornando alla dimensione del piacere, che ritroviamo nel titolo di questo convegno, essa rappresenta un buon antidoto a burn-out e cronicità. Di certo c’è che lavorare bene, saper lavorare in équipe, vuol dire assumersi l’onere e il piacere del proprio ruolo culturale, «perché una cura senza un pensiero su cosa sia la malattia e su cosa sia l’uomo preso nella complessità dei suoi legami, un’idea di cura così asetticamente scientifica è solo uno dei tanti deliri della modernità. Il nostro lavoro non lo si impara all’Università, resta il problema di sapere dove e come e da chi, ma tutto ciò è possibile scoprirlo solo nella dimensione dell’équipe. Ci vuole però anche una piccola dose di delirio: credere di essere lì non tanto per occuparsi della cura di qualcuno, quanto di un luogo, e che questo luogo, alla fine, sia il mondo stesso». Diamo allora inizio alla Giornata, che prevede quattro interventi portanti e dei momenti di discussione, un intervallo “scherzoso” (a cui noi organizzatori teniamo molto) e una Tavola rotonda finale.
Grazie a tutti, relatori e istituzioni promotrici; e, in particolare, grazie a questo numeroso e qualificato pubblico, giunto dalla nostra e da altre regioni, per la sua presenza qui oggi. Ci auguriamo – per essere in tema col titolo della Giornata – che alla fine del tutto sia stato un piacere aver discusso insieme sul senso delle nostre pratiche d’ogni giorno.

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