"La felicità è reale solo quando condivisa."
C.J. McCandless - Into the Wild
"Non giudicare il tuo vicino finchè non avrai camminato per due lune nelle sue scarpe."
Proverbio dei nativi americani
"Ovunque proteggi la grazia del tuo cuore"
Vinicio Capossella
"Tutti dovremmo occuparci del futuro perchè là dobbiamo passare il resto della nostra vita."
Charles Franklin Kettering
"Non permettete alla lingua di oltrepassare il pensiero."
Anton Chekhov
"La vita è un gioco d'azzardo terribilmente rischioso. Fosse una scommessa, non l'accetteresti."
Tom Stoppard

ATTI & DOCUMENTI 4 - VENTICINQUE ANNI DOPO, ANCORA

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Presentazione
Il campo etico della Legge 180
Francesco Stoppa

L’approvazione, nel 1978, della Legge 180 non ha significato solo il superamento degli ospedali psichiatrici. Ha significato soprattutto il ritorno della contraddizione rappresentata dalla malattia all’interno della città. I promotori di quella Legge sono spesso dipinti come dei rivoluzionari, ma questo, con ogni probabilità, è il modo per misconoscere un’operazione di civiltà che ha ricondotto nel cuore del legame sociale la sua “parte maledetta”.

Infatti, una comunità diviene pienamente umana solo se edificata intorno al proprio punto d’alterità, a questo vuoto incandescente che non rigetta ma circoscrive, che non zittisce ma si ingegna ad ascoltare.
In uno dei suoi scritti, Franco Basaglia ricorda l’etimologia greca del termine terapia, la questione – tutt’altro che pacificante, per quanto costitutiva – del sacro che vi abita. La malattia, la morte, la sessualità, tutto ciò che è dispendio e non profitto; le contraddizioni e i conflitti che attraversano e segnano l’esperienza individuale e collettiva del vivente; le differenze che stridono e si agitano, non sempre facilmente conciliabili, all’interno della società: respingere tutto ciò fuori dei propri confini è stata la tentazione insita in ogni modello utopico di comunità.
Ma era la segregazione di ieri quella che, in nome di un Bene superiore, escludeva, con decisione e brutalità, i portatori di diversità, quella che cancellava dei diritti. Quella delle istituzioni totali come il manicomio.
Oggi (e Basaglia, mentre lavorava per il superamento di quel tipo di segregazione, già prevedeva le nuove forme con le quali si sarebbe presentata vent’anni dopo) la segregazione si realizza per vie incruente se non allettanti. Da un lato omologando e includendo a più non posso i soggetti, in posizione di utenti consumatori, nel sistema globalizzato della circolazione dei beni, dall’altro istituendo, per tutto ciò che genera conflitto e disagio, non tanto la segregazione forzata quanto un’efficiente tecnologia di prestazioni specialistiche (basate sull’evidenza e di provata efficacia!).
Specialisti per tutto, perfino per organizzarci il tempo libero, chiamati a gestire le contraddizioni, a rispondere del reale che ancora si agita nel vivente: la “parte maledetta” – come l’ha chiamata Bataille, quella che caparbiamente resiste, con la sua complessità, al programma di facilitazione dell’esistenza, all’utopia di una società felice – non sarà più messa in catene fuori dalla città ma testata, radiografata e sezionata, fatta oggetto di sofisticate tecnologie comportamentali e riabilitative, ricondizionata. Fino a diventare fonte di investimento e reddito.
I pazienti vengono di conseguenza riclassificati come utenti di Servizi specialistici, secondo quel programma di “invalidazione assistita” che, come ci ricorda Colucci nel suo intervento, era già stato profetizzato da Michel Foucault quale esito della pianificazione delle cure da parte del potere biopolitico moderno. Da una condizione di alienazione che metteva determinati individui al bando della comunità, individui ai quali venivano sospesi i diritti civili, si è giunti all’alienazione dei soggetti moderni, fruitori di un sistema che promette l’evitamento delle contraddizioni e la risoluzione di tutti i bisogni: ad essi non si richiede più alcun livello di responsabilità, neanche nella formulazione di una propria domanda di cura o di salute. Tantomeno nella gestione della comunità. I senza diritti di un tempo sono oggi i senza doveri. È, indubbiamente, la fine della politica come campo nel quale il desiderio del singolo si pone in tensione dialettica con l’organizzazione sociale, dove il particolare può contagiare con la sua cifra umana l’universale.
Non abbiamo, qui, voluto celebrare una legge, la 180, né santificare i suoi promotori. Abbiamo, piuttosto, convocato degli amici autorevoli (psichiatri, psicologi, psicoanalisti, giornalisti, assistenti sociali, sociologi, filosofi, responsabili di cooperative sociali, familiari), per discutere insieme sui nuovi scenari della salute mentale, che non possono ovviamente non essere solidali con le forme attuali del legame sociale, coi modi con cui si presenta oggi il disagio della civiltà. Negli scritti, nelle interviste che seguono, non ci si ferma a elencare i meriti di una legge o a bearsi sugli allori di una riforma che, comunque, ha fatto scuola in tutto il mondo. La preoccupazione degli autori è semmai quella di come far fronte alle difficoltà che una realtà ancora più simbolicamente impoverita di quella di trent’anni fa pone all’ascolto di soggettività in crisi. E se si parla di politica e di politica dei Servizi, di trasmissione culturale, di clinica e di nuove forme di sofferenza, ci si ferma anche a riflettere sul tema, fondamentale, della formazione e motivazione degli operatori (decisive per garantire quella animazione dei Servizi di cui parla Viganò).
L’importante è ragionare su cosa significhi oggi portare avanti lo spirito della riforma, partendo dal fatto che, almeno in buona parte d’Italia, la situazione non è quella di 25 anni fa. Se, ad esempio, possiamo affermare «C’era una volta il manicomio», dobbiamo chiederci se possiamo ugualmente dire «C’erano una volta le istituzioni totali». Il rischio che le istituzioni si facciano segreganti non viene infatti cancellato da nessuna legge, né lo si può prevenire una volta per tutte: è insito nel percorso di civiltà. Come ha dimostrato la storia del XX secolo, è qualcosa di latente nella ragione stessa dell’uomo.
Cosa dobbiamo farcene di questa preoccupazione etica, noi che ci occupiamo (speriamo non come “specialisti”) di salute mentale, noi che, nella fattispecie, nel condurre la nostra pratica ci raccogliamo in quel dispositivo fondamentale che si chiama équipe (che dovrebbe essere innanzitutto una forma di pensiero, e che è già una piccola comunità)? Dobbiamo sapere che la cura è in primo luogo cura dell’istituzione: come insegna la psicosi, cura dell’Altro. E che un compito dell’équipe è il decompletamento dell’istituzione; umanizzarla significa che essa non deve mai essere “tutta”, cioè totale, o far parte di un sistema di assistenza globale. Franco Fasolo ha scritto che l’équipe dev’essere “il traditore interno” dell’istituzione, cioè l’elemento capace di fare eccezione, fare ostacolo alla sua naturale tendenza alla burocratizzazione e alla tecnologizzazione delle risposte al disagio del soggetto.
Un’istituzione aperta, non segregativa, non è un’istituzione nella quale la maggior parte dei dirigenti e degli operatori sono di idee progressiste, ma quella che non si propone come proprio obiettivo la risposta a tutti i bisogni, la completa pianificazione dell’assistenza; che non obbedisce a un modello ideale delle cure. Non solo perché ritiene che il compito terapeutico sia, casomai, quello di contribuire a che ciascun paziente costruisca le sue soluzioni, ma soprattutto perché pensa che la salute sia un valore umano e non sanitario o assistenziale; che la salute mentale non sia solo un bene che ha a che vedere con la cosiddetta psiche, ma che dipenda soprattutto da determinate condizioni del legame sociale. Qualche volta si rivela terapeutico rilanciare il valore delle parole che usiamo tutti i giorni, dopo averne forse impoverito il senso autentico rendendole degli slogan conditi di retorica. Uno dei termini più logorati, da questo punto di vista, è l’aggettivo “territoriale”. Ora, la strategia territoriale dell’assistenza non coincide con la sola esclusione fisica del manicomio, non può ridursi ad essere l’effetto di una nuova normativa sanitaria, ma è quella che si inventa e reinventa facendo équipe con quanto la comunità è in grado qui ed ora di offrire. Si fa équipe nella pratica “spicciola” d’ogni giorno e lo si deve fare – perché la cosa tenga veramente – anche sul piano della condivisione di certi ideali, ad un livello, cioè, culturale (noi, per essere operatori della salute mentale, non possiamo non essere anche degli operatori culturali). Il nostro compito diventa allora quello di far intendere agli amministratori, ai politici, ai cittadini, che l’infiltrazione di soggetti come si dice oggi “diversamente abili” nel tessuto vivente della comunità non può essere considerata una concessione, conseguenza di una politica particolarmente illuminata, ma tutt’altro: un antidoto necessario affinché il legame sociale non perda la sua cifra più autentica. Ogni volta che si rivela incapace di tenere presso di sé ciò che gli è più proprio, la sua matrice irrazionale, esso si impoverisce e si indebolisce. La complessità e le differenze che lo abitano ne sono infatti la più grande ricchezza.
Come operatori di salute mentale, noi non dovremmo (come spesso purtroppo ci capita di dover fare) supplicare un posto nella società per i nostri assistiti, ma testimoniare di come la malattia e il disagio, lungi dall’essere bubboni da isolare o controllare, o su cui esercitare il proprio altruismo, siano espressioni di una domanda capace di interrogare la comunità nei suoi fondamenti di senso: un bene prezioso, quindi, e non un difetto di fabbrica.
Certo la salute mentale si produce quando non è solo la psichiatria a doverne rispondere, quando essa è il bene per eccellenza di una società. Chi lavora in psichiatria deve però avere coscienza della necessità di sapersi trasformare e di adattare i propri strumenti alle nuove realtà cui si deve far fronte, che sono nuove espressioni del disagio, nuovi contesti sociali, urbani, culturali.
Non esiste un problema di fedeltà ad una legge (anzi, se all’occorrenza non sapremo adeguarla noi ai tempi nuovi, qualcun altro – come si tenta di fare continuamente – la cambierà con ben altre finalità), ma di fedeltà ad un compito. Per questo è bene non dimenticare ciò su cui Basaglia stesso insisteva: quando qualche dispositivo istituzionale sembra appagarci e funzionare a regime, allora è giunto il momento di trasformarlo.
Un’idea – anche la migliore – che diventa sistema produce sempre, infatti, un’erosione degli spazi di soggettività, il sacrificio delle differenze a favore di un modello compiuto. Tutto ciò può aiutarci ad abbozzare (possiamo forse farne a meno?) una teoria della salute; salute che – soprattutto alla luce della pratica istituzionale – ci sembra coincidere col movimento dialettico grazie al quale quell’eccezione che chiamiamo “soggetto” mantiene una posizione sufficientemente creativa all’interno dell’organizzazione sociale (anziché divenire oggetto di segregazione in nome di qualsivoglia Ideale).
Questo è il campo etico aperto dalla Legge 180.

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