"La felicità è reale solo quando condivisa."
C.J. McCandless - Into the Wild
"Non giudicare il tuo vicino finchè non avrai camminato per due lune nelle sue scarpe."
Proverbio dei nativi americani
"Ovunque proteggi la grazia del tuo cuore"
Vinicio Capossella
"Tutti dovremmo occuparci del futuro perchè là dobbiamo passare il resto della nostra vita."
Charles Franklin Kettering
"Non permettete alla lingua di oltrepassare il pensiero."
Anton Chekhov
"La vita è un gioco d'azzardo terribilmente rischioso. Fosse una scommessa, non l'accetteresti."
Tom Stoppard

ATTI & DOCUMENTI 9 - EFFETTI D’ÉQUIPE

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Presentazione
C’era una volta l’équipe?
Francesco Stoppa

L’équipe, ovvero il dispositivo grazie al quale dare testimonianza, nel vivo dell’esperienza quotidiana, della reale praticabilità di legami sociali improntati ad una logica di comunità, al rispetto e alla valorizzazione dell'accoglienza differenze. L'équipe come ingranaggio vivente che si prende cura, innanzitutto, dell’istituzione, che con costanza ne pensa e organizza l’umanizzazione. In verità, la pratica, il senso stesso del concetto d’équipe sono cose su cui non ci interroghiamo più molto. È come se ci venisse chiesto un tipo di funzionamento dei servizi che può (con una certa malignità potremmo dire deve) fare a meno di un’idea forse oggi ingombrante.

Nel caso della psichiatria di assiste ad una crescente perdita dell’uso o perlomeno della valorizzazione dello strumento équipe. In altri contesti sanitari, ad esempio l’Ospedale generale, se ne è sempre fatto un uso sporadico, mentre laddove esso sarebbe di notevole importanza, cioè nella realtà scolastica, non sembra aver messo radici.
La perdita del concetto e della pratica d’équipe è un fenomeno che caratterizza l’odierna impostazione dei servizi e va letto all’interno della più generale caduta dell’idea di comunità. Bisogna infatti capire quale sia, o fosse, il posto strategico di questi due termini, “équipe” e “comunità”, rispetto a ciò che sta al di qua e al di là di ognuno di essi, cioè lungo un vettore che va dal generale al particolare, dalla struttura sociale al singolo soggetto. Comunità è infatti l’elemento intermedio, transizionale, tra società e individuo, così come équipe sta tra istituzione e paziente. Pensiamo alla funzione di tale area intermedia chiedendoci cosa diventa, ad esempio, la società nel momento in cui decade la funzione di mediazione che chiamiamo comunità, luogo in cui ciascuno – seguendo le teorizzazioni di Roberto Esposito – interviene con un munus, un dono (communitas=cum-munus), cioè privandosi di qualcosa di proprio che va ad impegnare nel legame coi suoi simili. La risposta è che senza questo passo decisivo, in virtù del quale un principio di trascendenza viene a umanizzare il campo delle relazioni simboliche, una società si riduce a essere un dispositivo di servizi per l’individuo. Possiamo altresì dire che un’istituzione non più animata dal pensiero e dalla pratica d’équipe è un dispositivo di servizi per cittadini in difficoltà. Con l’elisione del campo della comunità da un lato e dell’équipe dall’altro si è quindi prodotta una mutazione dei riferimenti di senso in gioco sia nell’esperienza sociale sia in quella della cura e della riabilitazione. Qualche esempio: complessità diventa facilitazione dei processi o, anche, evidenza; progetto diventa programma; responsabilità diventa delega o specialismo; e, in particolare, pensiero diventa prestazione, risposta efficace e efficiente sulla base di riscontri comportamentali e adattivi nonché di criteri economici (logica dei costi-benefici).
La caduta del concetto di équipe è dunque inevitabilmente e strettamente connessa alla crisi del concetto di comunità, al quale si è sostituito quello di società organizzata e produttiva, o di mercato globale. È abbastanza evidente, di conseguenza, che un sistema che si regge sull’offerta incessante di beni e servizi, per il quale le persone sono innanzitutto dei consumatori, dei fruitori, non tollera bene quanto ha a che vedere con responsabilità, pensiero, complessità. Nella corsa alla facilitazione e alla semplificazione dei processi a favore di ciò che appare legato all’utile e alla produttività, hanno infatti la meglio la delega, la prestazione acritica, lo specialismo. Il minimo che si può dire, allora, è che il dibattito sull’équipe condotto all’interno di un servizio di salute mentale (come anche in un’istituzione scolastica) trova oggi una sua precisa necessità sul piano etico e politico.
Dibattito che non può certo prescindere da considerazioni di tipo storico che leghino la pratica quotidiana, le scelte strategiche, lo stile adottato nel condurre le cure, a una costante riflessione sulla sofferenza che attraversa il legame sociale e sulla caduta dei valori di un tempo, la perdita dell’autorevolezza delle istituzioni in primo luogo. Siamo cioè chiamati a riflettere sul significato più profondo dell’atto terapeutico o riabilitativo non in se stesso (come fatto meramente tecnico, come se avessimo a che fare con topini di laboratorio), ma all’interno di una certa cultura e di una determinata epoca storica. Tale dibattito rappresenta probabilmente uno dei compiti imprescindibili di un’équipe, al pari della sua organizzazione e funzionalità.
Tra l’altro l’équipe è già per se stessa un luogo nel quale si declinano insieme, e a un livello quasi sperimentale, cioè potenzialmente analizzabile, la problematica della singolarità e la dimensione del collettivo. È già un banco di prova della tenuta della logica comunitaria all’interno dei legami sociali.
Una logica che non si dà a priori, non preesiste a se stessa, ma si realizza nel qui ed ora di luoghi e relazioni specifici, cosicché sarebbe più sensato parlare di effetti d’équipe anziché di organizzazione o di assetti discorsivi, comunque trasformativi, che indicano il perseguimento di un compito che è sempre al di là degli interessi dei singoli componenti del gruppo o del gruppo nel suo insieme, perché tale compito si giustifica in relazione ad un mandato sociale (l’educazione, la cura, l’ascolto). Inevitabilmente, quindi, saper lavorare in équipe, vuol dire assumersi l’onere (come pure il piacere) del proprio ruolo culturale, perché una cura senza un pensiero su cosa sia la malattia e su cosa sia l’uomo preso nella complessità dei suoi legami, un’idea di cura così asetticamente scientifica è solo uno dei tanti deliri della modernità. Lavorare dunque in équipe. Perché?, potremmo chiederci. Si tratta, si sa, di una trovata della psichiatria postbellica, Maxwell Jones e la comunità terapeutica, i processi di democratizzazione degli ospedali e delle istituzioni totali… In realtà, stando coi piedi per terra, si tratta, come tutte le trovate del mondo occidentale, di un’esigenza economica: il gruppo offre di più, produce di più, può fare più cose, rappresenta un sostegno pratico e soprattutto psicologico per il singolo operatore, così che questi si logora di meno. Il gruppo, ancora, crea un senso d’appartenenza che invoglia ad investire nell’istituzione. Insomma, la materia umana rende di più e gli effetti terapeutici sono visibili: creare un contesto, un setting variegato ma integrato, rassicura il paziente (che vive una condizione di marcata scissione interna) e facilita il suo recupero così che, col tempo, meno farmaci e meno ricoveri (ovvero le due voci di costo più alte per ogni sistema sanitario).
Ma c’è di più, per fortuna, quel granello di saggezza che dobbiamo sempre immettere nei nostri dispositivi e che ci permette di considerare che, accanto ai benefici economici o di gestione, ce sono altri che toccano la clinica e l’etica del nostro mestiere. Ed è così che l’équipe ci si mostra come un derivato del legame sociale all’interno dell’istituzione: ciò che lega, Eros, e dispone i luoghi, pensa il senso di essi e delle pratiche che in essi si dipanano. Dirige le cure, ma cura anche l’istituzione. Ci vuole un discorso (l’équipe) perché ciò che è fuori discorso (la psicosi), che sembra non condividere la sintassi né il senso del discorso sociale, inizi a parlare, a passare da grido a domanda. Ci vuole un legame vivente perché ciò che non fa legame, e spesso ne rappresenta un attacco, possa arrivare a interrogare il senso della convivenza umana. L’équipe, allora, come background, sfondo su cui la follia potrà trovare ascolto e talora “salire in cattedra”, insegnare ai tecnici, gli operatori, ma anche alla città.
Perché solo ciò che è fuori dalle sue mura può istruire la città su ciò che realmente la fonda e sui suoi modelli di funzionamento.
Lo psicotico non parla all’esperto, ma, a saperlo ascoltare, dialoga con la comunità, il suo transfert è col mondo (quante volte, infatti, il disturbo insorge nella forma di una sensazione di fine del mondo).
Ma sappiamo ancora praticare l’arte, la disciplina del lavoro in équipe? Non lavoro d’équipe, ma in équipe. Non si tratta di più professionisti schierati insieme, ma di soggetti che, andando a proporre a chi soffre la possibilità di un discorso, di un patto, sanno contemporaneamente lavorare nel loro stesso gruppo affinché esso si dia come una forma di legame aperto all’altro e non come un insieme autoreferenziale.
È tuttavia piuttosto difficile lavorare insieme, fare squadra, in un mondo sempre più orientato a enfatizzare l’individualità, la prestanza personale o tutt’al più i diritti delle varie categorie professionali. Più in generale, vediamo bene come gli insiemi umani (si pensi ai giovani in un caso, agli anziani nell’altro) siano alla mercè di mode uniformanti o in condizioni di anonima e desolata desoggettivazione. Da un lato l’individuo che si è fatto da solo, dall’altro le piccole o grandi masse che stanno a guardare e tutt’al più a sperare che un giorno – quasi per miracolo, per un colpo favorevole del destino – venga il loro turno.
L’équipe, se non altro in quanto custode di un’etica del lavoro istituzionale, dovrebbe regolarsi su altri orizzonti: non obbedire alle logiche individuali né a quelle di massa, ma offrirsi come un dispositivo al servizio di percorsi di soggettivazione. Soggettivazione che il gruppo di lavoro va a produrre innanzitutto al suo interno come disciplina del desiderio di ciascuno dei suoi membri, giusta misura tra valorizzazione delle differenze e condivisione di un impegno comune che non coincide coi bisogni narcisistici di alcuno, tanto meno del gruppo: ci sembra, questo, un buon impasto tra orgoglio e umiltà.
I saggi che seguono affrontano le varie declinazioni in cui si pone oggi la questione del lavoro in équipe. Sono scritti da operatori di grande esperienza e prestigio ma anche da colleghi molto giovani, alle prime armi o addirittura ancora studenti-tirocinanti.
Allo stesso modo, il fatto che gli autori appartengano a servizi diversi (del Pubblico e del Privato sociale, e di realtà non solo psichiatriche) ci pare sottolineare il valore di queste testimonianze e l’importanza di una questione – quella dell’équipe – che è decisiva per il futuro delle nostre istituzioni.

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