"La felicità è reale solo quando condivisa."
C.J. McCandless - Into the Wild
"Non giudicare il tuo vicino finchè non avrai camminato per due lune nelle sue scarpe."
Proverbio dei nativi americani
"Ovunque proteggi la grazia del tuo cuore"
Vinicio Capossella
"Tutti dovremmo occuparci del futuro perchè là dobbiamo passare il resto della nostra vita."
Charles Franklin Kettering
"Non permettete alla lingua di oltrepassare il pensiero."
Anton Chekhov
"La vita è un gioco d'azzardo terribilmente rischioso. Fosse una scommessa, non l'accetteresti."
Tom Stoppard

IPPOGRIFO 13 - La morte e noi

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Editoriale
Bisognava, prima o poi

di Piervincenzo Di Terlizzi

Bisognava farlo, prima o poi, dopo aver attraversato argomenti che non abbiamo mai ritenuto episodici, e che hanno coinvolto di noi, e speriamo anche di chi ci ha letto, attenzioni non marginali: bisognava affrontare l’argomento degli argomenti, quello che misura tutte le parole, tutti gli atteggiamenti e tutte le scelte di un essere umano consapevole, quello che per alcuni saggi dell’antichità classica era anzi la pietra con la quale saggiare la solidità di tutta quanta un’esistenza.

Bisognava, insomma, parlare della morte.
Non in generale, ma secondo un titolo che riteniamo significhi alcune cose che ci stanno particolarmente a cuore.
La morte e noi significa, in primo luogo, che noi che ne parliamo non ne siamo certo esclusi, che non si tratta di un’esercitazione retorica.
In secondo luogo: è su di “noi”, presi come individui singoli, che si misura il senso di qualunque affermazione e forma di significato in proposito. La morte è, in quanto evento, individuale, e quello che essa più profondamente significa s’inscrive nella vicenda di un individuo (tanto che, per sradicare quest’affermazione, bisogna pure, come accade in alcune filosofie orientali, sradicare il concetto d’individuo).
Ed infine: “noi” significa pure che la morte è un fatto sociale, che rimanda ad una comunità, grande o piccola che sia, che ne viene coinvolta, scossa, modificata, o anche stolidamente (come spesso accade nella nostra contemporaneità) attraversata. Ora che ci accingiamo a lasciar scorrazzare questo nuovo numero de «L’Ippogrifo » per i cieli ed i mari che si sentirà di attraversare, possiamo rilevare, con uno sguardo d’assieme su tutti i contributi, che gli autori li hanno organizzati privilegiando, sostanzialmente, una o l’altra di due linee di sviluppo, che diremmo analitica la prima, narrativa la seconda. È questa evidenza che ci ha portati a dividere i contributi nelle due sezioni che compongono questo numero della rivista, punteggiate al loro interno da alcune, più brevi, riflessioni su “La morte e noi” che alcuni amici e collaboratori hanno voluto inviarci.
C’è, dunque, chi ha affrontato il tema in maniera saggistica ed analitica, andando a cogliere, soprattutto nella nostra modernità, le grandi questioni, individuali e sociali, che vi sono collegate. Tra queste, spiccano quella dei diritti del morente, quella della cecità e del potente lavoro di rimozione dell’argomento da parte della società postindustriale, quello della volontà di autodistruzione che accompagna la cosiddetta civiltà: si tratta delle strutture portanti dei testi della prima parte, che ci invitano quasi a guardarci dal di fuori – cosa che in effetti capita, a voler considerare la vita sub specie aeternitatis – e a valutare oggettivamente quello che la cosa è, quello che potrebbe essere. La morte si presenta davvero, per dirla con il titolo di un saggio famoso di Jan Assmann, come un tema culturale, dato che organizza e plasma continuamente la vita di una società, tanto nella sua accettazione, quanto nel suo differimento e nella sua elusione.

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