"La felicità è reale solo quando condivisa."
C.J. McCandless - Into the Wild
"Non giudicare il tuo vicino finchè non avrai camminato per due lune nelle sue scarpe."
Proverbio dei nativi americani
"Ovunque proteggi la grazia del tuo cuore"
Vinicio Capossella
"Tutti dovremmo occuparci del futuro perchè là dobbiamo passare il resto della nostra vita."
Charles Franklin Kettering
"Non permettete alla lingua di oltrepassare il pensiero."
Anton Chekhov
"La vita è un gioco d'azzardo terribilmente rischioso. Fosse una scommessa, non l'accetteresti."
Tom Stoppard

IPPOGRIFO 15 - Emozioni e politica

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Editoriale
La politica e la grande paura

di Francesco Stoppa

«La Sala Perfetta è una stanzetta quadrata… La mia sagoma di spalle davanti alla ìMadonna dell’Uovo” di Piero della Francesca. Non ne conosco i simboli, le ragioni auree della perfezione delle misure, i volti storici rappresentati. Non so niente… lo sguardo è posto sull’uovo che pende sopra il capo della Madonna. Avverto radianza. Una radianza azzurra che colpisce lo sterno e sospende il respiro. Ogni mia proiezione riceve una risposta equipollente. La mente è ferma.

Madre finalmente ritrovata, grande madre biancoazzurra. Uovo che tutti ci sussume, sopra il capo della nostra Grande Madre. Uovo in cui saremo sussunti, alla fine della vicenda universale… Sono nel posto museale, cioè nel luogo dove è rappresentata la storia, cristallizzata, immobilizzata, e sono nella Sala Perfetta senza storia, fuori da ogni storia, nella pura radianza azzurra… Sto nel niente e posso respirare».

La scena politica Quella che viene qui rappresentata è, nel senso più alto del termine, una scena politica: non solo un quadro e la sala che lo contiene, ma anche, e soprattutto, una presenza vivente che si nutre (e ci nutre) dell’essenza intima di quell’opera, una sacra conversazione nella quale compare, inginocchiato, un potente dell’epoca. Il museo è vuoto – ognuno è solo di fronte al mistero –, ma la «sagoma di spalle» è il medium tra quel dipinto straordinario e noi che siamo resi partecipi di un evento, appunto, decisamente politico, l’incontro simbolico del potere umano con un ordine di trascendenza che lo «sussume ». Una scena in cui l’enigma della vita (visualizzato dall’uovo, dalla Madre e dal Bambino) si consegna a noi, dunque, come un fatto sociale, il fatto sociale, ciò che fonda la comunità, ciò a cui quest’ultima non può che fare costante riferimento. Davanti a tale dato ineffabile il politico si inchina, di esso conversa – come suol dirsi – in buona compagnia: angeli e santi. Il discorso politico è qui sospeso (ciò che emana dal quadro è esattamente un senso di sospensione, di assoluta rarefazione) all’autorevolezza di una conversazione altra, sacra.

Grazie all’autore del passo appena letto, siamo anche noi introdotti in quello spazio cristallino nel quale si celebra il nostro mistero di viventi: un luogo «fuori da ogni storia» e che pure le impregna tutte perchè la storia è lo sviluppo umano di questo niente che ci fa respirare, «radianza » che «trascende i mondi e li sorregge». Capiamo bene, qui, il ruolo politico dell’artista: del pittore che ha “socializzato” la cifra invisibile dell’esistenza dando ad essa forme e volti e collegandola alla dimensione politica, e dello scrittore che raddoppia a nostro beneficio quella prima operazione descrivendo, questa volta con parole, lo specifico dell’opera d’arte, quel venire alla luce del fondo oscuro delle cose.

Forse molto di quello che ci capita quotidianamente di svolgere è, da questo punto di vista, un atto politico, è congiunzione tra la dimensione più indicibile dell’esistenza e le forme in cui si istituisce, per noi, la realtà. Nei rapporti educativi, nelle relazioni di cura, nella molteplice varietà degli scambi con gli altri, noi realizziamo – ogni volta qui ed ora, attualizzandola – la polis come luogo dell’incontro decisivo con ciò che ci rende umani.

Se esiste una funzione politica dell’artista, ci dev’essere però anche un risvolto “artistico” dell’attività dell’uomo politico. La politica non è infatti una semplice organizzazione della realtà, è un esercizio coestensivo all’enigma che ci abita, ne esprime la forza convogliandola nel tessuto della città: «non possiamo parlare delle cose, che sono problematiche. Dobbiamo parlare delle forze, che sono misteriose». L’agorà, il foro, la piazza, cioè i luoghi della politica, sono aperture, punti di irradiazione e concentrazione di forze non necessariamente visibili. é lì che la parola politica lavora, portando alla luce tali forze che piega al percorso della civiltà.

Una dote del politico Altro che emozioni, dunque, si tratta di passione (pathos = esperienza, sofferenza, ardore e piacere). L’emotività è una scarica psicomotoria, la reazione scomposta e difensiva che si scatena quando l’individuo non sostiene il peso di quel mistero di cui solo la passione conosce e pratica le profondità. Fare politica (mestiere impossibile quanto curare ed educare) significa invece affrontare la Cosa umana, lo specifico dell’essere parlante, la sua condizione di individuo “lacerato” tra un’origine da sempre perduta e un destino già scritto nei suoi astri (la costellazione familiare e sociale che porta con sè venendo al mondo, il suo stesso nome), geroglifici che racchiudono la sua esperienza senza mai soddisfarne la domanda di senso. Come potrà l’uomo trovare dimora nel mondo senza restare vittima del suo strutturale sradicamento (chi è infatti più “snaturato” di lui?) e senza cadere nella totale alienazione ad una realtà precostituita? Colui che voglia dedicarsi alla politica non può ignorare l’impellenza di tale domanda la quale, anzi, dovrà sottendere la sua azione pubblica. Una domanda che ha trovato da sempre la sua risposta nella costruzione della polis (da cui politica), la dimora degli umani.

Non è proprio un’attività per tutti, la politica: ci si dovrebbe formare, ci dovrebbero arrivare non gli individui inquadrati (i famosi quadri di partito), ma “i migliori”: nulla di meritocratico, semplicemente coloro che sappiano sospendere gli interessi del proprio io e si mostrino in grado di coltivare l’arte della de-individuazione al fine di esercitare quella funzione di tramite di cui si parlava.

Se c’è una dote di fondamentale importanza per il politico, qualcosa che indica il suo stesso stato di salute psichica, essa è riassumibile nella capacità di intrattenere relazioni creative da un lato con la norma, dall’altro con la propria condizione di vivente. La norma, gli ordinamenti: a questo livello sarebbe buona cosa rivelarsi normativi più che normali, perchè la salute «è la possibilità di oltrepassare la norma che definisce il normale momentaneo, la possibilità di tollerare infrazioni alla norma abituale e di istituire norme nuove in situazioni nuove». Quanto alla propria condizione di vivente, non è l’individualità che può dettare le regole del gioco: l’individuo è proprio colui che non si divide con nessuno, l’impolitico, colui che basta a sè o a cui, tutt’al più, come capita oggi, bastano i prodotti del mercato, senza desiderio alcuno di ricorso ai propri simili. Senza alcun sentimento di appartenenza alla comune condizione umana. Se, dunque, il politico non può non avere come suo riferimento la comunità, e se la comunità è l’invenzione di quanti realizzano la propria unicità senza negare la propria condizione comune, allora la formazione alla politica non potrà risparmiare a nessuno il lutto dell’individualità e dell’immagine, il doppio speculare messo a morte – come nel caso di Romolo – per fondare e rifondare, all’infinito, la città.

Gli amici Certo nessuno ce la potrebbe fare da solo, e se potesse sarebbe un controsenso. Il politico (ma qui smettiamo di pensarlo come colui che esercita la politica di mestiere, per vedere invece in tale figura la nostra condizione di soggetti capaci di esercitare i propri doveri di cittadinanza) non fa massa, agisce solo (come chiunque compia atti degni di questo nome) ma – non è un paradosso – in compagnia di altri soggetti soli, responsabili cioè in prima persona dei propri atti. D’altronde non dobbiamo dimenticare che l’uomo politico, come tutti, è figlio della comunità ed è nell’alveo della comunità che ciò che il nostro scrittore chiama «radianza » diviene oggetto di nominazione dandosi come perno silente del legame sociale. (Spesso ne è la grande esclusa: che posto ha, ad esempio, il sacro nella nostra società tecnomercantile?).

Nessuno, tuttavia, approda alla dimensione pubblica senza essere precedentemente transitato per forme comunitarie minimali, più ristrette ed intime di quelle propriamente collettive. I fenomeni dell’adolescenza mostrano come il passaggio dalle singole realtà familiari a quella sociale abbia bisogno di compiersi in una zona intermedia e necessiti di condizioni particolari che solo i gruppi amicali riescono a porre in essere. Di conseguenza, l’aggancio del singolo con la comunità avviene in virtù della mediazione di una passione condivisa e socializzata, grazie quindi al reciproco contagio delle «radianze» a cui ciascuno è votato. La capacità normativa insita in ogni individuo, la spinta al sapere, l’anelito per ciò che è altro, assumono in tal modo le forme del discorso, del dialogo o dello scontro, all’interno di un ben circoscritto ambito di persone che si sono scelte l’un l’altra. Sono gli amici, dunque, coloro che dischiudono le possibilità del logos, che escogitano tecniche e stratagemmi per riunire un mondo, inventare realtà mutanti, tenere vivo «il fuoco segreto» che, come diceva Italo Calvino, fonda le città e ne mette in moto le macchine. L’amicizia è il fondamento eroico, erotico ed etico della politica, anche se quest’ultima, ovviamente, non potrà che superare i ristretti limiti dell’amicizia e aprirsi alle molteplici declinazioni del legame sociale.

L’essenziale è che gli amici, per quanto credano di essere lì riuniti per “cambiare il mondo”, siano in realtà mantenuti assieme non tanto da un compito, quanto dal piacere d’essere tali, cioè amici. Dal sottile, impalpabile godimento che ciascuno di essi ricava nell’uscire da sè e aprirsi alla realtà non del simile ma dell’altro, il prossimo (che non è solo colui che mi trovo davanti, è anche chi viene dopo, quando io non ci sarò più). Nell’amicizia l’affinità elettiva non è identità di ideali, reciprocità, passione dello stesso, ma gusto per l’alterità, curiosità per il proprio stesso mistero riverberato dall’altro, per il niente che ci rende umani – ognuno a modo proprio, per quanto accomunato a chiunque da tale condizione.

La consapevolezza dello statuto etico e politico dell’amicizia rende l’essersi reciprocamente scelti un’azione dai risvolti più grandi del previsto. Il gradiente politico del patto che gli amici implicitamente contraggono e silenziosamente rinnovano, quel loro offrirsi, al di là del loro legame, alla polis, rappresenta infatti l’autentica sublimazione del loro legame: «Soltanto se gli “amici” rimangono fedeli all’idea che le loro strade sono comprese in un’orbita più alta, inaudita, la loro necessaria differenza sarà anche, immediatamente, necessaria relazione».

La politica è erranza intorno al mistero che, nel tempo in cui si compie (la storia), organizza il mondo. é il girovagare degli amici che li porta talvolta, insieme, inaspettatamente, a trovare un punto di vista eccentrico, lunare, capace di abbracciare con un senso nuovo la Terra.

Derive democratiche Ma come parlare, oggi, della passione per la polis, la Cosa dell’uomo?

Preparando questo numero della rivista, qualcuno in redazione ci spiegava la differenza tra i giovani che aderiscono ai partiti progressisti e quelli di estrema destra: i primi piuttosto inquadrati (ecco i famosi quadri di partito) e già un po’ burocratizzati; i secondi, invece, decisamente più spontanei e passionali nel loro attaccamento a un certo credo politico, si badi bene non propriamente democratico. Com’è, dunque, che la democrazia ha smesso d’essere un confronto tra esseri umani viventi per diventare un sistema di gestione orizzontale del potere, una forma politica senza passioni, contro ogni tentazione insomma?

Vorrei fare riferimento ad alcuni discorsi che ho modo di sentire sempre più spesso nel mio lavoro, perchè, nel loro piccolo, fanno capire a cosa sia ridotto il funzionamento democratico delle istituzioni e cosa ne sostenga il corso. Potrebbero, appunto, sembrare semplici dettagli, sfumature quotidiane, se non sapessimo che è nelle piccole cose che filtra e si rende evidente la logica più generale che regge le nostre esistenze. Prima scena: alcuni operatori di una Casa di Riposo mi raccontano che fino a non molto tempo fa agli anziani lì accolti era permesso arredare la loro stanza col letto e l’armadio della propria casa. Sebbene tale accortezza potesse ammorbidire gli effetti più drammatici dell’istituzionalizzazione, una simile operazione ora non è più permessa: servono letti tecnologically correct e, come se non bastasse, la normativa (niente di meno normativo, ovviamente) impone la presenza di arredi ignifughi. Gli anziani si pieghino alle garanzie scientifiche della modernità!

Seconda scena: agli operatori di un Centro di salute mentale arriva ìdall’alto” la raccomandazione di indossare e tenere ben visibile sul petto la tesserina di riconoscimento Ass (con tanto di foto personale e qualifica professionale) quando vanno al bar o a fare due passi in città coi loro assistiti. Si può ben immaginare che a più di uno dei pazienti in questione, soprattutto se giovani, potrebbe non andare granchè a genio farsi vedere in giro con un conoscente visibilmente identificabile come operatore psichiatrico, ma non c’è da discutere perchè i Nas si sono messi a fare controlli e quindi… che ci fa l’operatore al bar o in centro in orario di lavoro, senza cartellino esposto che giustifichi il suo essere in quel momento in un luogo non istituzionale?

E ancora: un tempo nelle strutture riabilitative i pasti li si preparava sul posto, operatori e pazienti insieme, e Dio solo sa cos’era entrare in un luogo di cura e avvertire il profumo stuzzicante di un buon soffritto o quello avvolgente di una torta che lievita in forno. é la vita, si sa. Ed è la cura della vita, o, se preferite, la vita che cura. Bene, da qualche anno festa finita: i pasti arrivano da fuori, già dosati e confezionati, ed è, lo si può bene immaginare, l’umiliazione dell’olfatto e del palato. Motivo: le cucine non erano a norma, le regole igieniche non così accertabili… e se qualcuno si scottava scolando la pasta? Anche qui i Nas (che terrore!), ma non solo: qualche familiare avrebbe potuto protestare e magari pretendere risarcimenti, avrebbe potuto investire del problema i giornali o lo sceriffo massmediatico di turno, il quale, solerte sentinella della pubblica moralità, avrebbe lanciato la sua fatwa dalla Tv denunciando pubblicamente le gravi inadempienze del servizio.

Credo che anche chi lavora in altre istituzioni (la scuola per prima) di esempi così ne avrebbe tanti da portare. Esempi di come un mix da un alto di cosiddetta trasparenza, garantismo, enfatizzazione dei diritti e della partecipazione democratica, e dall’altro di tecnologia, burocrazia, onnipresenza delle regole del mercato – il tutto ulteriormente condito dal bisogno di non avere nessuno contro neanche per una frazione di secondo (il tempo, ad esempio, di spiegargli il perchè di certe scelte) – abbia appiattito e reso asettiche le realtà dell’educazione, della cura, dell’assistenza.

La Grande Paura Nessuno se la sente più di rischiare in un mondo nel quale si è volatilizzato ogni punto di autorevolezza, una società che galleggia in un bagno di democratiche certezze, sicurezze, agi, ma in cui a farla da padrone è in verità la Grande Paura.

La politica d’oggi ha perso ogni contatto con la «radianza» ed è diventata, come la democrazia stessa, un modo per gestire, organizzare, pianificare. Il politico è un impiegato di lusso impegnato a fare la sua carriera nel partito e la sua prima preoccupazione è la raccolta del consenso. D’altronde nel mondo della scienza e del mercato tutto si è appianato, si è fatto orizzontale, tutto appare accessibile, niente è fuori dal tutto, anzi il niente (il mistero, la «radianza») non ha più modo di darsi. Naturalmente è un’illusione, e senza avvenire. Il contrappasso di tutto ciò è che l’enigma non accolto, inospitato, impossibilitato a trovare la soglia per filtrare dentro le mura della città, assume le fattezze di un Moloch che, paziente, ci attende al varco. E questo mostro, beninteso, non è che la vita, che non sappiamo far altro che pianificare, semplificare, anestetizzare… in una parola intercettare.

Nessuno sembra vegliare sulla soglia, non c’è ombra di presenza vivente nell’al di qua, prima della storia, dell’organizzazione, della realtà codificata. Nel luogo del fondamento – risaputamente un punto vuoto – brilla l’assenza dell’elemento umano (nessuna «sagoma di spalle», nessuno che si faccia tramite e ci consegni il nostro mistero di viventi come un’opera da comporre, l’opera che ciascuno di noi è e l’opera comune che è la comunità, «compito infinito nel cuore della finitezza»).

Esiste una crescente e spasmodica ricerca di sicurezze, ma la cosa si realizza nel conto in banca, nel carrello stracolmo, nel Suv blindato. Siamo protetti più o meno da tutto, noi e i nostri figli, fuorchè dalla nostra paura che cresce in ragione del nostro bisogno di dichiararci sicuri. Di accreditare le nostre organizzazioni, la nostra formazione umana e professionale, per rendere scientificamente credibile qualcosa che non ha più alcun rapporto con la verità.

Il fatto è che il fondamento delle cose non può essere nelle cose stesse, non è nemmeno una cosa, ma un movimento, un atto. Richiede la capacità, di tanto in tanto, di andare a sostare nella zona silente, lì dove si può cogliere quel «niente » che ci permette di respirare, e da lì reinventare norme, legami, condizioni di vita, e così non smettere mai di costruire il senso del mondo e delle cose. Ma chi è ancora normativo, chi se la sente di porsi fuori dalla normalità per rifondarla e riconsegnarla in questo modo al suo reale connotato umano? Dov’è «l’animale politico »? Che fine stanno facendo, ad esempio, le nostre istituzioni le quali, oltre che dispositivi che erogano prestazioni, dovrebbero essere luoghi critici di riflessione e di formazione, e assomigliano invece sempre più a centri commerciali del sapere o dell’assistenza? Non è un caso che non si parli quasi più di istituzioni, ma ormai solo di servizi. La generale caduta di autorevolezza di chi detiene il potere e delle relative istituzioni spiega quindi la patetica attrazione di tanti giovani per quel fantoccio di padre il cui testone con tanto di elmetto appare – indomito come quello di un animale preistorico – sulle loro T-shirt. «boia chi molla!» è certo una profonda intuizione (sic!), ma evidentemente ha per loro maggior credibilità dell’United colors of Benetton, così “sinistrosamente” omogeneizzante, pacificante e globalizzante.

L’omaggio alla «radianza» Anche questo rigurgito fascista, oggi, è politica, per quanto sembri esserne antitetico. Per quel suo bisogno di esorcizzare la paura rigenerando l’Uomo forte della paura, ci sembra però ben poco coraggioso.

Non è ovviamente questo il nostro modo di intendere la politica. E tuttavia, i modi propri dei partiti cosiddetti democratici – coi loro apparati e i loro arguti timonieri, con la loro scarsa propensione a dare spazio a chi abbia voglia di pensare, con la loro brama di potere (tanto più libidinosa quanto più dedita a sottili logiche di spartizione) – ci convincono sempre più del fatto che la vera politica, la cura della polis, non possa più transitare di lì.

Nello svilimento dell’azione politica ad esercizio di prestanza del proprio sè, nel quotidiano, fisiologico scaricarsi di emozioni, di insulti o di ambigui e reciproci corteggiamenti, nel più generale piegarsi alle lusinghe del consenso, non è rimasto veramente nulla di quell’atto – immortalato da Piero – col quale il signore di Urbino rende omaggio alla «radianza biancoazzurra».

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