"La felicità è reale solo quando condivisa."
C.J. McCandless - Into the Wild
"Non giudicare il tuo vicino finchè non avrai camminato per due lune nelle sue scarpe."
Proverbio dei nativi americani
"Ovunque proteggi la grazia del tuo cuore"
Vinicio Capossella
"Tutti dovremmo occuparci del futuro perchè là dobbiamo passare il resto della nostra vita."
Charles Franklin Kettering
"Non permettete alla lingua di oltrepassare il pensiero."
Anton Chekhov
"La vita è un gioco d'azzardo terribilmente rischioso. Fosse una scommessa, non l'accetteresti."
Tom Stoppard

IPPOGRIFO 16 - Matrimoni e patrimoni

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EDITORIALE
Toccare il proprio risveglio

di Francesco Stoppa

Non è così scontato che siano fatti l’una per l’altro, la donna e l’uomo. E ancor meno che siano programmati per vivere assieme. Alla faccia della moderna retorica sulla coppia (come pure dell’antico mito platonico dei seleni) nessun essere, infatti, è la metà perduta dell’altro.

La faccenda è complessa, e già la Genesi ci mostra come i guai inizino quando dal numero due (Adamo e la sua immagine, cioè il Creato in cui specchia la sua potenza) si passa al tre, la cifra dispari che Eva introduce nell’Eden. Per il primo uomo questo arrivo non rappresenta un complemento di sè, non comporta un di più, si incide invece già nel suo corpo col segno meno, la costola perduta. Ha un bel dire, lei, sedotta dal serpente, «Dai, facciamo Uno, ricomponiamo l’infranto per essere come Lui, un Tutto»: il presunto rimedio non funziona, causa anzi un ulteriore e ben più drammatico pasticcio. Non sempre, dunque, le donne sanno essere all’altezza di loro stesse, e cedono allora all’invidia e, in essa, all’idea che la propria condizione “dispari” sia un deficit da imputarsi alla privazione di qualcosa. Ma cos’è, allora, una donna? Risposta (una delle tante possibili): qualcuno che sa danzare con la sua mancanza (passatemela così, è solo un breve editoriale…), cosa che l’uomo in quanto uomo non capisce, che equivoca e che gli fa talora pensare il peggio di lei. Perchè lui, davanti al limite, alla mancanza di cui, come tutte le cose viventi, è fatto, si adombra e adotta strategie difensive. Talvolta se ne fa l’alibi per non agire e non scegliere (detto altrimenti: per non darsi mai fino in fondo all’amore), in altri casi si mette d’impegno a tamponare l’altrui mancanza, in primis quella della sua donna, così da non doversi intrattenere con la propria (con cui non sa certo danzare).

Di Terlizzi lo ricorda nel suo intervento d’apertura: il patrimonio è innanzitutto un modo «per colmare tutti i vuoti di senso, tutti gli interstizi del tempo», per dare corpo a un ideale di continuità in cui brilla il desiderio umano di padronanza, di estensione di sè in chi verrà. Mentre il matrimonio, il dono della madre, è la discontinuità, presupposto logico e affettivo di percorsi che contemplano perdite e resti, e tuttavia orientati a una ricomposizione, autentica in quanto mai piena. é il tempo della rottura, della passione, dell’addomesticamento. Della riunione di universi senza dubbio differenti: ecco il simbolo (le due parti spezzate che non smettono, però, di cercarsi e legarsi), la promessa implicita nel matrimonio secondo cui la reciproca incompatibilità dei due sessi potrà declinarsi come discorso d’amore. Questo è il ritmo, l’incedere incerto, doloroso ma anche gioioso, della civilizzazione. Nella fattispecie, si tratta del de-imbarbarimento dell’uomo, il quale, non vi è dubbio, cede all’amore imparandone il segreto da una donna.

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